In certi posti, certi posti segreti, dove prima non sentivo niente, adesso qualcosa stringe. Le regioni gelide che mi logoravano hanno (dopo la fine) alla fine cominciato a produrre urla, agitazioni, segni di vita.
I luoghi in cui trova posto il terrore, e la mortalità inevitabile. Sotto la pelle, tra la vita e le ginocchia, la paura della morte.
(che di me resti sempre abbastanza)
Quello che resta di me è un grumo di carne e meccanismi idraulici a proteggere desideri cruenti. Quello che resta sono sogni di omicidi, di stragi, di amputazioni insensate. E l'apocalisse di ogni futuro auspicabile, un petto terreno di vagabondaggi in terre crude e tutta la pelle che brama e si tende, brama e si tende, brama e si tende, e la paura di morire.
Un fazzoletto incastrato in gola, che non sale e non scende.
Abbiamo grattato via ogni difesa, ma non si vive bene senza pelle e senza gli occhi che si curano dei nervi. E quello che resta sono i nervi che piano si asciugano e bruciano sotto coperte che non perdono il suo odore, e la paura di morire.
Il più puro amore della tua vita che esce di casa e smette di tornare. Che ti guarda e vede solo quello che sei.
Questo posto è diventato un'autoflagellazione, il ristoro di occhi che sorridono e ridono e piangono, ma senza motivo, e guardano al futuro, come fanno le cose vive, immortali.
Questo posto è un esercizio di respirazione, le parole che devono frenarsi e non accalcarsi, non sovrapporsi, non smettere di significare, ma è già così tardi.
Ho ottime scuse per un sacco di cose, ma non per questo.
Continuo a implorare il mio perdono, ad argomentare giustificazioni, a giurarmi strade e nuovi corpi e nuovi nomi. Improvvisamente, padri e vecchi amori tornano uomini, meritevoli di perdono, tornano meccanici e meritevoli di compassione, tornano leggeri e fragili e giusti, esattamente come sono. Le vecchie amiche, le occasioni perdute, tutti hanno fatto esattamente ciò che c'era da fare. Quello che mi hanno fatto è nulla, confronto al mio macello, a questa carneficina, al sorriso muto e freddo della mia pancia, alla mia leggerezza, alla mia sbadataggine, al momento in cui mi sono addromentata, a quello che hanno fatto o non fatto le mie mani, che non hanno stretto e hanno smesso di scaldare, che continueranno ad essere amputate. Non ho ancora trovato un appiglio, un cavillo, una possibilità, un argomento. Nei miei incubi ci sono le lame e un giustiziere impassibile, io porgo i polsi e mi sembra crudele terrificante e meritato. Poi comincio a urlare.